The bigger the world economy, the more powerful its smallest players. John Naisbitt
Secondo il rapporto dello scorso anno "La società solida degli invisibili" del Censis, tra i soggetti invisibili su cui si fonda l’economia italiana ci sono 4,3 milioni di imprenditori a capo di piccole realtà che non superano i 20 addetti. Garantiscono occupazione a 9,8 milioni di lavoratori: il 57,6% del totale nelle imprese manIfatturiere e dei servizi. Si tratta di piccole imprese che generano un valore aggiunto di 303 miliardi di euro, il 44,8% del totale prodotto dai due settori. Sono il sostegno dell’economia italiana degli ultimi 50 anni, il cuore di una capacità imprenditoriale riconosciuta in tutto il mondo.
Sono realtà piccole, ma spesso estese ed aggregate a livello territoriale, che hanno la forza e il merito di riuscire a innovare in settori maturi, sulla base della qualità della produzione. Fanno sì che il modello imprenditoriale italiano sia bel lontano dall’affrontare una fase di declino, ma spesso stentano a consolidare i propri punti di forza a livello internazionale e a comprendere le enormi potenzialità del fare rete in senso moderno.
Una ricerca dell’Osservatorio sulle imprese dell’Università di Macerata, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (anticipata nei giorni scorsi da panorama.it), condotta su un campione di 900 imprese, ha analizzato il rapporto tra le pmi italiane e i mercati esteri mettendo in evidenza che oltre il 90% delle aziende cerca uno sviluppo commerciale oltre confine ma il 43% lo fa in maniera casuale, sulla base di informazioni di seconda mano o provenienti esclusivamente dai canali di vendita. Il 32% non ha sviluppato nessuna conoscenza specifica, percentuale che cresce al 56% nelle piccole imprese, le quali utilizzano prevalentemente canali indiretti. Solo il 30% del campione ha individuato partner strategici all’estero.
L’opportunità di sviluppare reti diimprese non più soltanto legate al fattore geografico, ma basate sulle affinità del modello di sviluppo, è ancora molto lontana dall’essere sfruttata secondo il suo potenziale. L’approccio all’internazionalizzazione sembra condizionato dagli stessi punti di debolezza che ancora oggi sconta l’orientamento più generale al marketing da parte delle pmi:
-prevale un orientamento solo "parziale" al fenomeno
-si registra, in prevalenza, un atteggiamento adattivo-reattivo più che proattivo verso il mercato
-le decisioni strategiche non vengono prese sulla base di analisi di mercato e decisioni mirate ma sulla base di sollecitazioni esterne
-si manifestano carenze nelle conoscenze manageriali specifiche per la propria realtà e non mutuate dalle grande impresa
-esistono difficoltà nell’attrarre e mantenere risorse umane dedicate e di profilo adeguato
Le imprese che segnano la strada hanno caratteristiche comuni per quel che concerne l’adozione di obiettivi di lungo periodo e l’interpretazione dei cambiamenti in maniera propositiva. Sono più collaborative e aperte verso l’esterno, utilizzano strumenti manageriali per l’adozione delle scelte strategiche e utilizzano in maniera incrementale le tecnologie informatiche. Comunicano con i clienti e chiedono riscontri anche a quelli più esigenti, credono nelle risorse umane come fonte di competitività, sono ben radicate nel territorio ma capaci di sollecitare nuove partnership con realtà imprenditoriali fisicamente distanti ma affini nelle scelte di sviluppo